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1)Sono un giustizialista, non un giustiziere, per cui combatto le ingiustizie sociali ovunque e contro chiunque le perpetri(per questo motivo,mi considero un rivoluzionario).

2)Sono della razza mia e ne vado fiero,per questo motivo posso essere considerato razzista, delle altre razze me ne fotto,almeno, fino a quando non interferiscono con la mia libertà o tentano di prevaricarla, in questo caso mi riservo il diritto di difendermi con i mezzi che ritengo più opportuni;

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13 febbraio 2015

Negazionismo, gli scheletri nell'armadio delle democrazie



“Una legge totalmente idiota”. E' senza mezzi termini lo storico Franco Cardini riferendosi al negazionismo recentemente approvata al Senato e ora all'esame della Camera. E a chi vorrebbe, per “par condicio”, estendere gli stessi provvedimenti ad altre tragedie storiche, il noto medievista risponde: “Basta con il derby rivoltante tra Hitler e Stalin. Pensiamo piuttosto ai crimini delle gloriose democrazie”. Il professore pensa che la legge approvata al Senato per inserire l'aggravante del negazionismo alla Legge Reale sia del tutto idiota sul piano giuridico e inutile su quello politico visto che ci sono leggi sull'apologia di reato e sull'apologia di fascismo. Dato che una legge contro il negazionismo è in genere rivolta a coloro che, per fini apologetici verso il nazionalsocialismo, negano lo sterminio degli ebrei, qua si tratta di un provvedimento chiaramente superfluo, le leggi che ci sono sono già largamente sufficienti. Tuttavia dal punto di vista politico e culturale le leggi che introducono reati d’opinione e che limitano la ricerca scientifica sono antidemocratiche e antigiuridiche. Se il reato di negazionismo consiste nel negare istericamente lo sterminio non servono. Se invece servono a colpire le persone che per ragioni scientifiche fanno ricerche e modificano la nostra conoscenza attuale sul numero delle vittime o sul metodo delle uccisioni di massa, beh, in tal caso si tratta della libertà di ricerca e non si può limitare, oltretutto il problema non è quello del numero delle vittime, il problema è la natura disumana e antigiuridica secondo qualunque legge umana e divina di quello sterminio. Queste leggi ci sono già in altri Stati e infatti sono leggi inique che mandano in galera, come è successo in Austria, dei seri ricercatori scientifici che magari avranno le loro opinioni politiche contestabili finché si vuole, ma che stavano semplicemente facendo il proprio lavoro. Se entrano in vigore queste leggi, valevoli per l’Olocausto, che si facciano anche per i crimini di Stalin. Anche se sarebbe un ragionamento stupido e anche un po’ repellente. Non facciamo a chi ne ha ammazzati di più. Anche perché se ci mettiamo su questo piano, oltre a Hitler e Stalin, bisognerebbe chiamare in causa anche Sua Maestà britannica, che nelle colonie non ne ha ammazzati di meno. Certo, non si trattava di bianchi ed europei, non erano “persone civili”, ma allora se si ragiona così chi è il razzista? E ancora, penso all’eccidio degli indiani delle praterie, degli armeni, degli africani, ai due milioni di soldati tedeschi fatti morire di fame e di stenti dai vincitori dopo la Seconda guerra mondiale. E poi, oggi non è il 12 febbraio e nessun giornale ne ha parlato, ed è una vergogna, ma il 12 febbraio 1945 ci fu il bombardamento angloamericano su Dresda, in una Germania ormai in ginocchio, in una città che non aveva nessuna difesa anti-aerea, che era piena di profughi dal fronte orientale e che pure fu bombardata al fosforo. Sa cosa significa? Che si muore bruciati, come il povero pilota giordano. Insomma, il derby rivoltante tra Hitler e Stalin non regge, bisognerebbe fare piuttosto un generale esame di coscienza e vedere quanti scheletri nell'armadio hanno le gloriose democrazie.




16 dicembre 2011

RECESSIONE

Fonte: "IL RIFORMISTA"

È recessione

di Gianmaria Pica

Sull’orlo del baratro. In nove mesi il Pil italiano calerà di due punti percentuali. La disoccupazione raggiungerà il 9 per cento e si perderanno 957mila posti di lavoro. Il debito pubblico sale a 1.909 miliardi. Passera: «Condizione ai limiti della sostenibilità».

Sull’eurozona cade «l’inverno della recessione» che «in Italia è iniziata prima e risulterà più marcata». È l’allarme di Confindustria: per il nostro Paese è previsto un crollo del Pil di 2 punti percentuali tra la scorsa estate e la prossima primavera.
Le stime del prodotto interno lordo (Pil) per il 2012 sono state tagliate dal +0,2 al -1,6 per cento, mentre per il 2011 dal +0,7 al +0,5 per cento.
Per l’Italia è la quinta recessione dal 1980. La flessione del Pil, dopo «un progresso di appena lo 0,5 per cento» quest’anno, è stata registrata dagli economisti di Confindustria, «già nel terzo trimestre» del 2011, «si è accentuata nel quarto e raggiungerà la maggiore intensità nel primo 2012». Secondo Viale Astronomia, le manovre varate dal governo hanno effetti restrittivi, ma «senza sarebbe andata molto peggio». L’Italia è a metà percorso di dodici mesi di contrazione. «La debole crescita italiana è diventata contrazione a partire dal terzo trimestre 2011. Fino a tutta la prima metà del 2012 il Pil è previsto diminuire ad un ritmo medio dello 0,5% (-1% a inizio 2012), con un calo cumulato del 2,1 per cento. Il segno positivo nelle variazioni congiunturali, secondo le stime dell’associazione degli industriali, «tornerà nella seconda metà del prossimo anno». Sarà così «nell’ipotesi più probabile che sia affrontata in modo risolutivo la crisi dei debiti sovrani dell’eurozona graze al gioco cooperativo tra Stati e istituzioni, rientrino rapidamente le tensioni sui tassi di interesse a lungo termine (con il rendimento dei Btp sotto il 5 per cento entro la primavera), siano ripristinate condizioni operative normali nel credito e torni la fiducia tra le imprese». Il capoeconomista di Confindustria, Luca Paolazzi, comunque avverte: «Siamo a un bivio al quale o si vedrà l’uscita dalla crisi o non si salverà ormai più nessuno».
E sarà un biennio drammatico anche sul fronte del lavoro. La disoccupazione potrà raggiungere il 9 per cento a fine del prossimo anno e mantenersi su questo livello per tutto il 2013: insomma, la perdita complessiva prevista sarà di 957mila posti di lavoro pari a oltre 800mila occupati in meno a fine 2013 rispetto all’inizio del 2008. Falcidiati i posti di lavoro dei giovani. A pesare nell’accelerazione della crescita della disoccupazione sopratutto «i fenomeni di scoraggiamento» che ridurranno marginalmente la forza lavoro. E con la recessione e la conseguente caduta dei livelli produttivi, calcolano gli economisti di Viale dell’Astronomia, sarà sempre più difficile per le aziende difendere il capitale umano. La sovraoccupazione che deriverà da uno stallo dell’attività produttiva renderà «sempre meno conveniente e razionale» il comportamento di molte imprese di avvalersi degli ammortizzatori sociali pur di non disperdere il patrimonio occupazionale. Nel 2012, invece, «è molto probabile che si attenui il reintegro delle persone in Cig e che aumentino i licenziamenti». Dunque, aumenterà il rischio, continuano gli economisti di Confindustria, «che il grado di reintegro dei cassintegrati scenda sotto il 73,6 per cento registrato nel 2010». Se così fosse, continueranno ad aumentare anche i lavoratori in mobilità che già nel giugno scorso erano aumentati del 22,6 per cento (141mila) rispetto a due anni prima.
Tempi drammatici. «La situazione è anche peggio di quello che ci aspettavamo», dice il superministro (Sviluppo, Infrastrutture e Trasporti) Corrado Passera, che aggiunge: «Siamo in recessione. Guardiamo i numeri: ci siamo dentro». E sul fronte del lavoro Passera chiosa: «C’è una condizione ai limiti della sostenibilità». Come uscire dal guado? Con un immediato rilancio dell’economia. Perché, avverte il superministro, «senza crescita anche gli altri punti del programma Monti diventano ineseguibili. Senza crescita anche l’equità e il rigore diventano obiettivi irraggiungibili e irrealizzabili».
Tornare alla crescita è possibile. Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ieri ha affermato che «ci saranno nuovi provvedimenti, nuove misure per favorire la crescita». Ma la ripresa si può agganciare solo sostenendo l’occupazione (magari aumentando i posti) e incrementando i salari. Urge una riforma che modifichi nettamente il mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociali. Una buona base di partenza è il modello (flexsecurity all’italiana) studiato dal senatore-giuslavorista del Pd Pietro Ichino.
Intanto, il rischio - che fa gongolare gli speculatori internazionali - è che l’economia italiana rimanga schiacciata dal debito pubblico (salito a 1.909,192 miliardi di euro). Dagli ultimi dati diffusi dalla Banca d’Italia emerge che a fine ottobre 2011 è aumentato, nel giro di un solo mese, di oltre 25 miliardi di euro (+1,3 per cento). Rispetto a ottobre 2010 l’aumento è stato del 2,3 per cento, mentre rispetto alla fine del 2010, il debito è italiano aumentato di oltre 66 miliardi di euro (+3,6 per cento). Il nostro debito sovrano pesa 31.816 euro per ognuno dei 60 milioni di italiani.




permalink | inviato da C.O.C. il 16/12/2011 alle 8:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



25 aprile 2010

25 aprile

Dedicata da me a tutti quei coglioni che ancora oggi continuano a non capire il senso di quella data - Dongo, Giulino di Mezzegra e per finire Piazzale Loreto, non segnarono solo la fine del Fascismo, ma anche la fine della liberta', non il suo inizio - 

BENEDETTO CROCE SUL PROCESSO DI NORIMBERGA




DISCORSO PARLAMENTARE SUL DISEGNO DI LEGGE

(Assemblea costituente, seduta pomeridiana del 24 Luglio 1947)



Benedetto Croce

Io non pensavo che la sorte mi avrebbe, negli ultimi miei anni, riserbato un così trafiggente dolore come questo che provo nel vedermi dinanzi il documento che siamo chiamati ad esaminare, e nell’essere stretto dal dovere di prendere la parola intorno ad esso. Ma il dolore affina e rende più penetrante l’intelletto che cerca nella verità la sola conciliazione dell’interno tumulto passionale. Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l’abbiamo perduta , anche coloro che l’hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono morti per l’opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo tutti che la guerra sciagurata, impegnando la nostra Patria, impegnava anche noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra Patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte.
Ciò è pacifico quanto evidente.
Senonché il documento che ci viene presentato non è solo la notificazione di quanto il vincitore, nella sua discrezione o indiscrezione, chiede e prende da noi, ma un giudizio morale e giuridico sull’Italia e la pronunzia di un castigo che essa deve espiare per redimersi e innalzarsi e tornare a quella sfera superiore in cui, a quanto sembra, si trovano, coi vincitori, gli altri popoli, anche quelli del Continente nero.
E qui mi duole di dover rammentare cosa troppo ovvia, cioè che la guerra è una legge eterna del mondo, che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico, e che in essa la ragion giuridica si tira indietro lasciando libero il campo ai combattenti, dall’una e dall’altra parte intesi unicamente alla vittoria, dall’una e dall’altra parte biasimati o considerati traditori se si astengono da cosa alcuna che sia comandata come necessaria o conducente alla vittoria. Chi sottopone questa materia a criteri giuridici, o non sa quel che si dica, o lo sa troppo bene, e cela l’utile, ancorché egoistico, del proprio popolo o Stato sotto la maschera del giudice imparziale. Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai nostri giorni (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo) i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituiti per giudicare, condannare e impiccare, sotto nomi di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni dei loro uomini e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra. Giulio Cesare non mandò innanzi a un tribunale ordinario o straordinario l’eroico Vercingetorige, ma, esercitando vendetta o reputando pericolosa alla potenza di Roma la vita e l’esempio di lui, poiché gli si fu nobilmente arreso, lo trascinò per le strade di Roma dietro il suo carro trionfale e indi lo fece strozzare nel carcere.
Parimenti si è preso oggi il vezzo, che sarebbe disumano, se non avesse del tristemente ironico, di tentar di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con l’entrare nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e pretendere che le riconoscano e promettano di emendarsi: che è tale pretesa che neppure Dio, il quale permette nei suoi ascosi consigli le guerre, rivendicherebbe a sé, perché egli non scruta le azioni dei popoli nell’ufficio che il destino o l’intreccio storico di volta in volta loro assegna, ma unicamente i cuori e i reni, che non hanno segreti per lui, dei singoli individui. Un’infrazione della morale qui indubbiamente accade, ma non da parte dei vinti, sì piuttosto dei vincitori, non dei giudicati, ma degli illegittimi giudici.
Noi italiani, che abbiamo nei nostri grandi scrittori una severa tradizione di pensiero giuridico e politico, non possiamo dare la nostra approvazione allo spirito che soffia in questo dettato, perché dovremmo approvare ciò che sappiamo non vero e pertinente a transitoria malsania dei tempi: il che non ci si può chiedere. Ma altrettanto dubbio suscita questo documento nell’altro suo aspetto di dettato internazionale, che dovrebbe ristabilire la collaborazione tra i popoli nell’opera della civiltà e impedire, per quanto è possibile, il rinnovarsi delle guerre.
Il tema che qui si tocca è così vasto e complesso che io non posso se non lumeggiarlo sommariamente e in rapporto al solo caso dell’Italia, e nelle particolarità di questo caso.
L’Italia dunque, dovrebbe, compiuta l’espiazione con l’accettazione di questo dettato, e così purgata e purificata, rientrare nella parità di collaborazione con gli altri popoli.
Ma come si può credere che ciò sia possibile, se la prima condizione di ciò è che un popolo serbi la sua dignità e il suo legittimo orgoglio, e voi o sapienti uomini del tripartito o quadripartito internazionale, l’offendete nel fondo più geloso dell’anima sua, perché, scosso che ebbe da sé l’Italia, non appena le fu possibile, l’infesto regime tirannico che la stringeva, avete accettato e sollecitato il suo concorso nell’ultima parte della guerra contro la Germania, e poi l’avete, con pertinace volontà, esclusa dai negoziati della pace, dove si trattava dei suoi più vitali interessi, impedendole di far udire le sue ragioni e la sua voce e di suscitare a sé spontanei difensori in voi stessi o tra voi? E ciò avete fatto per avere le sorti italiane come una merce di scambio tra voi, per equilibrare le vostre discordi cupidigie o le vostre alterne prepotenze, attingendo ad un fondo comune, che era a disposizione. Così all’Italia avete ridotto a poco più che forza di polizia interna l’esercito, diviso tra voi la flotta che con voi e per voi aveva combattuto, aperto le sue frontiere vietandole di armarle a difesa, toltole popolazioni italiane contro gli impegni della cosiddetta Carta atlantica, introdotto clausole che violano la sua sovranità sulle popolazioni che le rimangono, trattatala in più cose assai più duramente che altri Stati ex nemici, che avevano tra voi interessati patroni, toltole o chiesta una rinunzia preventiva alle colonie che essa aveva acquistate col suo sangue e amministrate e portate a vita civile ed europea col suo ingegno e con dispendio delle sue tutt’altro che ricche finanze, impostole gravi riparazioni anche verso popoli che sono stati dal suo dominio grandemente avvantaggiati; e perfino le avete come ad obbrobrio, strappati pezzi di terra del suo fronte occidentale da secoli a lei congiunti e carichi di ricordi della sua storia, sotto pretesto di trovare in quel possesso la garanzia contro una possibile irruzione italiana, quella garanzia che una assai lunga e assai fortificata e assai vantata linea Maginot non seppe dare.
Non continuo nel compendiare gli innumeri danni ed onte inflitti all’Italia e consegnati in questo documento, perché sono incisi e bruciano nell’anima di tutti gli italiani; e domando se, tornando in voi stessi, da vincitori smoderati a persone ragionevoli, stimate possibile di avere acquistato con ciò un collaboratore in piena efficienza per lo sperato nuovo assetto europeo. Il proposito doveroso di questa collaborazione permane e rimarrà saldo in noi e lo eseguiremo, perché risponde al nostro convincimento e l’abbiamo pur ora comprovato col fatto: ma bisogna non rendere troppo più aspro all’uomo il già aspro suo dovere, né dimenticare che al dovere giova la compagnia che gli recano l’entusiasmo, gli spontanei affetti, l’esser libero dai pungenti ricordi di torti ricevuti, la fiducia scambievole, che presta impeto ed ali.
Noi italiani, che non possiamo accettare questo documento, perché contrario alla verità, e direi alla nostra più alta coscienza, non possiamo sotto questo secondo aspetto dei rapporti fra i popoli, accettarlo, né come italiani curanti dell’onore della loro Patria, né come europei: due sentimenti che confluiscono in uno, perché l’Italia è tra i popoli che più hanno contribuito a formare la civiltà europea e per oltre un secolo ha lottato per la libertà e l’indipendenza sua, e, ottenutala, si era per molti decenni adoperata a serbare con le sue alleanze e intese difensive la pace in Europa. E cosa affatto estranea alla costante sua tradizione è stata la parentesi fascistica, che ebbe origine dalla guerra del 1914, non da lei voluta ma da competizioni di altre potenze; la quale, tuttoché essa ne uscisse vittoriosa, nel collasso che seguì dappertutto, la sconvolse a segno da aprire la strada in lei alla imitazione dei nazionalismi e totalitarismi altrui. Libri stranieri hanno testé favoleggiato la sua storia nei secoli come una incessante aspirazione all’imperialismo, laddove l’Italia una sola volta fu imperiale, e non propriamente essa, ma l’antica Roma, che peraltro valse a creare la comunità che si chiamò poi l’Europa e, tramontata quell’egemonia, per la sua posizione geografica divenne campo di continue invasioni e usurpazioni dei vicini popoli e stati. Quei libri, dunque, non sono storia, ma deplorevole pubblicistica di guerra, vere e proprie falsificazioni. Nel 1900 un ben più sereno scrittore inglese, Bolton King, che con grande dottrina narrò la storia della nostra unità, nel ritrarre l’opera politica dei governi italiani nel tempo seguito all’unità, riconosceva nella conclusione del suo libro che, al confronto degli altri popoli d’Europa, l’Italia <>.
Ma se noi non approveremo questo documento, che cosa accadrà?
In quali strette ci cacceremo? Ecco il dubbio e la perplessità che può travagliare alcuno o parecchi di voi, i quali, nel giudizio di sopra esposto e ragionato del cosiddetto Trattato, so che siete tutti e del tutto concordi con me ed unanimi, ma pur considerate l’opportunità contingente di una formalistica ratifica.
Ora non dirò ciò che voi ben conoscete; che vi sono questioni che si sottraggono alla spicciola opportunità e appartengono a quella inopportunità opportuna o a quella opportunità superiore che non è del contingente ma del necessario; e necessaria e sovrastante a tutto è la tutela della dignità nazionale, retaggio affidatoci dai nostri padri, da difendere in ogni rischio e con ogni sacrificio. Ma qui posso stornare per un istante il pensiero da questa alta sfera che mi sta sempre presente e, scendendo anch’io nel campo del contingente, alla domanda su quel che sarà per accadere, risponderei, dopo avervi ben meditato, che non accadrà niente, perché in questo documento è scritto che i suoi dettami saranno messi in esecuzione anche senza l’approvazione dell’Italia: dichiarazione in cui, sotto lo stile di Brenno, affiora la consapevolezza della verità che l’Italia ha buona ragione di non approvarlo. Potrebbero bensì, quei dettami, venire peggiorati per spirito di vendetta, ma non credo che si vorrà dare al mondo di oggi, che proprio non ne ha bisogno, anche questo spettacolo di nuova cattiveria, e, del resto, peggiorarli mi par difficile, perché non si riesce a immaginarli peggiori e più duri.
Il governo italiano certamente non si opporrà all’esecuzione del dettato; se sarà necessario, coi suoi decreti o con qualche suo singolo provvedimento legislativo, la seconderà docilmente, il che non importa approvazione, considerato che anche i condannati a morte sogliono secondare docilmente nei suoi gesti il carnefice che li mette a morte. Ma approvazione, no! Non si può costringere il popolo italiano a dichiarare che è bella una cosa che esso sente come brutta, e questo con l’intento di umiliarlo e di toglierli il rispetto di sé stesso, che è indispensabile ad un popolo come a un individuo, e che solo lo preserva dall’abiezione e dalla corruttela.
Del resto, se prima eravamo soli nel giudizio dato di sopra del trattamento usato all’Italia, ora spiritualmente non siamo più soli: quel giudizio si avvia a diventare un’opinio communis e ci viene incontro da molti altri popoli e perfino da quelli vincitori, e da minoranze dei loro parlamenti che, se ritegni molteplici non facessero per ora impedimento, diventerebbero maggioranze. E fin da ora ci si esorta a ratificare sollecitamente il Trattato per entrare negli areopaghi internazionali, da cui siamo esclusi e nei quali saremmo accolti a festa, se anche come scolaretti pentiti, e ci si fa lampeggiare l’incoraggiante visione che le clausole di esso più gravi e più oppressive non saranno eseguite e tutto sarà sottoposto a revisione.
Noi non dobbiamo cullarci nelle facili speranze e nelle pericolose illusioni e nelle promesse più volte trovate fittizie, ma contare anzitutto e soprattutto su noi stessi; e tuttavia possiamo confidare che molti comprenderanno la necessità del nostro rifiuto dell’approvazione, e l’interpreteranno per quello che esso è: non una ostilità contro il riassetto pacifico dell’Europa, ma, per contrario un ammonimento e un contributo a cercare questo assetto nei modi in cui soltanto può ottenersi; non una manifestazione di rancore e di odio, ma una volontà di liberare noi stessi dal tormento del rancore e dalle tentazioni dell’odio.
Signori deputati, l’atto che oggi siamo chiamati a compiere, non è una deliberazione su qualche oggetto secondario e particolare, dove l’errore può essere sempre riparato e compensato; ma ha carattere solenne, e perciò non bisogna guardarlo unicamente nella difficoltà e nella opportunità del momento, ma portarvi sopra quell’occhio storico che abbraccia la grande distesa del passato e si volge riverente e trepido all’avvenire. E non vi dirò che coloro che questi tempi chiameranno antichi, le generazioni future dell’Italia che non muore, i nipoti e pronipoti ci terranno responsabili e rimprovereranno la generazione nostra di aver lasciato vituperare e avvilire e inginocchiare la nostra comune Madre a ricevere rimessamente un iniquo castigo; non vi dirò questo, perché so che la rinunzia alla propria fama è in certi casi estremi richiesta all’uomo che vuole il bene o vuole evitare il peggio; ma vi dirò quel che è più grave, che le future generazioni potranno sentire in sé stesse la durevole diminuzione che l’avvilimento, da noi consentito, ha prodotto nella tempra italiana, fiaccandola. Questo pensiero mi atterrisce, e non debbo tacervelo nel chiudere il mio discorso angoscioso. Lamentele, rinfacci, proteste, che prorompono dai petti di tutti, qui non sono sufficienti. Occorre un atto di volontà, un esplicito: “no!” Ricordate che, dopo che la nostra flotta, ubbidendo all’ordine del re ed al dovere di servire la Patria, si fu portata a raggiungere la flotta degli alleati e a combattere al loro fianco, in qualche loro giornale si lesse che tal cosa le loro flotte non avrebbero mai fatto. Noi siamo stati vinti, ma noi siamo pari, nel sentire e nel volere, a qualsiasi più intransigente popolo della terra. (Applausi, congratulazioni).




permalink | inviato da C.O.C. il 25/4/2010 alle 18:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



6 aprile 2010

9 Aprile 1969

Oggi come allora, stessi problemi , medesime situazioni, identici meccanismi , ma nel frattempo sono cambiati gli italiani, non sono piu' "uomini"... sono delle merde ...




9 Aprile 1969. L'area di Battipaglia, tra le più povere d'Italia fino agli anni '50, vive il suo piccolo miracolo economico. Nuove fabbriche si sono aperte, l’attività edilizia si è sviluppata. Dal Nord e dall’estero sono arrivate le grosse industrie alimentari, con i loro macchinari e le loro moderne tecnologie. Con una conseguenza, inevitabile: la produzione aumenta, l'occupazione diminuisce.
Il miracolo, dunque, c'è stato. Ma è fragilissimo. Lo dimostra il reddito pro capite in provincia di Salerno, ancora tra i più bassi d'Italia. “Viene al pettine una riforma agraria radicalmente sbagliata - scrive Eugenio Scalfari su 'L'Espresso' - L’economia progredisce, la società civile vede aumentare i propri bisogni, ma le istituzioni politiche restano immobili, decrepite, inefficienti”.

È in questo scenario che, a stretto giro di posta, a Battipaglia prima chiude lo zuccherificio, poi si minaccia la chiusura dell'ATI, due grandi aziende, dalle quali dipende buona parte della prosperità economica e della sopravvivenza stessa di una cittadina di 36mila abitanti. Alcuni delegati cittadini sono a Roma, ma – si legge ancora ne 'L'Espresso' - “nessuno era così ingenuo da credere che, senza una clamorosa manifestazione di protesta [...] potessero tornarne con risultati diversi dalle solite ipocrite promesse. Ecco dunque l’eventualità dell’interruzione della linea ferroviaria, vista come l’unica iniziativa possibile”. Il 9 aprile, dunque, è indetta una grande manifestazione popolare di protesta. “Che dovevano fare gli ex pastori e gli ex montanari? - si chiede Scalfari - Ritornarsene sul Cilento? O dare l’assalto al municipio e al commissariato? La scelta era facile, ed è stata fatta la mattina del 9 aprile”.

All'alba, una colonna di 300 uomini, tra agenti di polizia e carabinieri, parte da Salerno. Alla loro testa si pone il commissario De Masi, giovane nutrito di regolamenti più che di esperienza. Molti manifestanti si radunano poco dopo le 7.00 nei pressi dell'Istituto Tecnico. Ecco come Vincenzo Campagna, esponente della 'Giovane Italia', descrive quella mattina nelle pagine de 'La rivolta di Battipaglia': “Le strade apparivano deserte. Una strana calma vi regnava: i negozi erano tutti chiusi. Qualche bottegaio di generi alimentari, che timidamente aveva alzato per metà la saracinesca, immediatamente l'abbassava [...] Anche le finestre e i balconi rimanevano chiusi, come se fosse stata ancora notte”. La situazione è tranquilla, sotto controllo. I diversi gruppi si uniscono, il corteo inizia a snodarsi per le vie del centro: via Mazzini, poi via Italia, in direzione del Municipio.

Dal mare di folla emergono cartelli che recitano ' Difendiamo il nostro pane', 'Basta con le promesse', 'Non vogliamo morire', 'Roma, uguale merda'. Il commissario De Masi, inizialmente, si tiene in disparte. Ma sa che l'autorizzazione per la manifestazione è limitata a Piazza della Repubblica; quando scorge il corteo muoversi in direzione di via Roma, fa suonare gli squilli di tromba regolamentari e guida i suoi uomini alla carica. È il primo scontro, violento ma inutile. I primi feriti abbandonano il campo a decine, ma il corteo prosegue compatto verso la stazione, dove il vicequestore Vinale ha schierato già da tempo la sua forza. Al suo cospetto si presenta un vero mare di folla in preda all'esasperazione. Non può contrastarlo, può solo disporre gli uomini a difesa degli impianti tecnici. I dimostranti possono, così, raggiungere i binari e occuparli, trascinarvi sopra automezzi, bidoni, travi, panche. Alle 9.00 del mattino “il blocco del più importante nodo ferroviario del meridione d’Italia è compiuto”. Ma fino a questo momento, a parte la carica ordinata dal commissario De Masi, non c’è stato nessuno scontro diretto tra popolazione e polizia, nessuna aggressione o violenza.

Si cerca persino il dialogo per stemperare gli animi. Ma da Roma arriva l'ordine di rimuovere i blocchi; e da Napoli giungono rinforzi, pochi per la verità. Da questo momento, 220 uomini sono impegnati per un’ora nella prima delle 2 grandi battaglie di giornata. E qui iniziano le discordanze, nette, tra le diverse versioni dei fatti. I manifestanti denunciano “cariche selvagge eseguite dai celerini”. Dal canto loro le Forze dell'Ordine “accerchiate da una popolazione disperata”, iniziano a esser prese dal panico. Idranti e lacrimogeni non bastano a frenare l'impeto della folla, che risponde con una fitta sassaiola.

Intorno alle 17.00 lo scontro decisivo, drammatico. Si gioca in via Gramsci, presso il Commissariato: circa 100 tra poliziotti e carabinieri vi sono asserragliati dentro. Si invocano rinforzi, ma nel frattempo gli uomini, trovandosi isolati fra la folla, iniziano a sparare all'impazzata. A farne le spese sono Teresa Ricciardi, giovane insegnante di 30 anni, colpita mortalmente mentre seguiva gli scontri dalla finestra della sua abitazione, al terzo piano, su Piazza del Popolo, e un 19enne studente universitario, Carmine Citro, raggiunto da un proiettile in via Mazzini. Tanti anche i feriti, in entrambi gli schieramenti. C'è chi parla di 90, chi di oltre 200.

Leggiamo ancora dal libro di Vincenzo Campagna: “Da quel momento in poi non si capì più nulla. Poliziotti che scappavano in camionetta o a piedi per i vicoli circostanti ricevevano insulti dalla gente riversatasi sui balconi – e molti gettavano contro di loro vasi, sedie o altri oggetti che avevano a portata di mano. Camionette, cellulari e autoidranti abbandonati nella fuga vennero capovolti e incendiati. Alle 20 circa la città rimaneva completamente nelle mani dei manifestanti [...] Anche il Municipio dovette subire assurde devastazioni, conclusesi con l'incendio di alcuni edifici. Cessate queste scorrerie, a Battipaglia calò il silenzio, interrotto solo in nottata dal sorpaggiungere di nuove forze di polizia”.

 
Ecco come titolavano due giornali nazionali il giorno dopo. Solo due esempi, ma bastano per comprendere lo scontro ideologico scatenatosi all'indomani dei tragici fatti di Battipaglia. Versioni discordanti, accuse reciproche: dalla piazza, gli scontri si erano trasferiti nelle redazioni giornalistiche prima e tra i banchi del Parlamento poi. E così, se quotidiani d'ispirazione comunista come 'L'Unità' si scagliarono contro le Forze dell'Ordine, accusate di aver sparato in modo irresponsabile e indiscriminato contro la folla, 'Il Mattino' puntò l'attenzione sulla ferocia della folla stessa, che le avrebbe circondate e disarmate: “Il Roma” parlò di manifestanti “armati di zappe, vanghe, falci e altri attrezzi agricoli”, mentre 'Il Tempo' ipotizzò persino che gli spari, fatali per i due giovani, potessero esser partiti dalla folla. 'L'Unità', nell'edizione dell'11 aprile, rincarò la dose nei confronti delle Forze Armate e si scagliò contro gli altri organi di stampa:

Pochi giorni dopo, “Il Meridionale”, un periodico locale, ribattè: “La legge deve essere rispettata: questo non va dimenticato per nessun motivo; e allora è necessario usare qualsiasi mezzo, anche repressivo, perché non si abbiano a ripetere i luttuosi fatti di Battipaglia”.

Schermaglie ideologiche, dunque, inevitabili tanto più in un periodo “caldo” come la primavera del '69, che facilmente si prestava ad estremismi e strumentalizzazioni. Ma la disamina più lucida, forse, la offrì un altro foglio locale, 'Giornale Sud': “I tragici fatti di Battipaglia non sono che un episodio indicativo di una politica meridionalista sbagliata [...] pesante atto di accusa alle insufficienze, alle carenze ed alle improvvisazioni, nella fase esecutiva, della politica degli interventi per il progresso civile ed economico del Sud”. La crisi di Battipaglia era la crisi della Campania e di tutto il Mezzogiorno d’Italia.

9 aprile 2009




permalink | inviato da C.O.C. il 6/4/2010 alle 19:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



7 gennaio 2010

L'Epifania, da festa tradizionale...

a festa del consumo, sempre piu' spesso usiamo le cose senza porci troppe domande, senza domandarci perche', da dove o come arrivano, senza chiederci se quella determinata cosa, nella fattispecie una ricorrenza, ha qualcosa da insegnarci. Meccanicamente, usiamo, consumiamo, spechiamo, non ci informiamo. Immancabilmente, deturpiamo, inquiniamo, distruggiamo... 


LA BEFANA


L' Epifania, festa che in olandese è nota come "het feest van de drie Koningen". In effetti la parola epifania deriva dal latino "epiphania(m)", che a sua volta deriva dal greco "tà epiphan(e)ia" e che significa "le manifestazioni della divinità". Nella liturgia cristiana passò a significare "la manifestazione di Gesù agli uomini come Messia", e secondo un'antica tradizione Gesù apparve agli uomini come Figlio di Dio nel medesimo giorno (6 gennaio) ma a distanza di anni, con tre episodi miracolosi: con la stella che guidò i Re Magi, con il battesimo nel Giordano e con la trasformazione dell'acqua in vino nel giorno delle nozze di Cana. Originariamente la Chiesa celebrava questi tre miracoli nel giorno dell'Epifania, ma con l'andar del tempo la festa dell'Epifania finì col ricordare solo la venuta e l'adorazione dei Re Magi, proprio come si ritrova nella traduzione letterale olandese.

Ma che cosa ha a che vedere l'Epifania con la Befana? La risposta è molto semplice: Befana non è altro che la forma dialettale di Epifania. Si può dire, che "Epifania" fu quasi sempre e solo il nome letterario della festa, il nome colto e poco usato; nel corso del tempo la parola si trasformò, si deformò nei vari dialetti. Così i toscani chiamarono l'Epifania "Befania", i romani la dissero "Pasqua Befania", i pugliesi "Pasqua Befanì", i calabresi "Bifania" o "Bufania", i bolognesi "Epifagna", e così via.

Già gli antichi Romani celebravano l'inizio d'anno con feste in onore al dio Giano (e di qui il nome Januarius al primo mese dell'anno) e alla dea Strenia (e di qui la parola strenna come sinonimo di regalo). Queste feste erano chiamate le Sigillaria; ci si scambiavano auguri e doni in forma di statuette d'argilla, o di bronzo e perfino d'oro e d'argento. Queste statuette erano dette "sigilla", dal latino "sigillum", diminutivo di "signum", statua. Le Sigillaria erano attese soprattutto dai bambini che ricevevano in dono i loro sigilla (di solito di pasta dolce) in forma di bamboline e animaletti. Questa tradizione di doni e auguri si radicò così profondamente nella gente, che persino la Chiesa dovette tollerarla e adattarla alla sua dottrina.
Nel Medioevo, periodo ricco di racconti demoniaci e di magie,  si dà molta importanza al periodo compreso tra il Natale e il 6 gennaio, un periodo di dodici notti dove la notte dell'Epifania è anche chiamata la "Dodicesima notte". È un periodo molto delicato e critico per il calendario popolare, è il periodo che viene subito dopo la seminagione; è un periodo, quindi, pieno di speranze e di aspettative per il raccolto futuro, da cui dipende la sopravvivenza nel nuovo anno. In quelle dodici notti il popolo contadino credeva di vedere volare sopra i campi appena seminati Diana con un gruppo più o meno numeroso di donne, per rendere appunto fertili le campagne. Nell'antica Roma Diana era non solo la dea della luna, ma anche la dea della fertilità e nelle credenze popolari del Medioevo Diana, nonostante la cristianizzazione, continuava ad essere venerata come tale. All'inizio Diana e queste figure femminili non avevano nulla di maligno, ma la Chiesa cristiana le condannò in quanto pagane e per rendere più credibile e più temuta questa condanna le dichiarò figlie di Satana! Diana, da buona dea della fecondità diventa così una divinità infernale, che con le sue cavalcate notturne alla testa delle anime di molte donne stimola la fantasia superstiziosa dei popoli contadini. Di qui nascono i racconti di vere e proprie streghe, dei loro voli e convegni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno. Nasce anche da qui la tradizione diffusa in tutta Europa che il tempo tra Natale ed Epifania sia da ritenersi propizio alle streghe. E così presso i tedeschi del nord Diana diventa Frau Holle mentre nella Germania del sud, diventa Frau Berchta. Entrambe queste "Signore" portano in sé il bene e il male: sono gentili, benevole, sono le dee della vegetazione e della fertilità, le protettrici delle filatrici, ma nello stesso tempo si dimostrano cattive e spietate contro chi fa del male o è prepotente e violento. Si spostano volando o su una scopa o su un carro, seguite dalle "signore della notte", le maghe e le streghe e le anime dei non battezzati.


Strenia, Diana, Holle, Berchta,... da tutto questo complesso stregonesco, ecco che finalmente prende il volo sulla sua scopa una strega di buon cuore: la Befana. Valicate le Alpi, la Diana-Berchta presso gli italiani muta il suo nome e diventa la benefica Vecchia del 6 gennaio, la Befana, rappresentata come una strega a cavallo della scopa, che, volando nella dodicesima notte, lascia ai bambini dolci o carbone. Nella Befana si fondono tutti gli elementi della vecchia tradizione: la generosità della dea Strenia e lo spirito delle feste dell'antica Roma; i concetti di fertilità e fecondità della mite Diana; il truce aspetto esteriore avuto in eredità da certe streghe da tregenda; una punta di crudeltà ereditata da Frau Berchta. Ancora oggi un po' ovunque per l'Italia il 6 gennaio si accendono i falò, e, come una vera strega, anche la Befana viene qualche volta bruciata...
In molte regioni italiane per l'Epifania si preparano torte a base di miele, proprio come facevano gli antichi Romani con la loro focaccia votiva dedicata a Giano nei primi giorni dell'anno.
Come Frau Holle e Frau Berchta, la Befana è spesso raffigurata con la rocca in mano e come loro protegge e aiuta le filatrici.
Nella Befana rivivono, quindi, simbolicamente culti pagani, antiche consuetudini, tradizioni magiche precristiane.

Dove e quando nasce la Befana? Il "fenomeno Befana" è diffuso un po' dovunque in Italia e non è possibile stabilire con precisione dove sia nato di preciso, né quale città o regione abbia dato i natali alla Befana; certo è che nei secoli che vanno dal XIII al XVI la Befana non è ancora una persona, è solamente una festa, una delle feste più importanti e gioiose dell'anno: canti, suoni, balli, fuochi artificiali, cortei, giostre, una baldoria che coinvolge tutte le classi sociali.Vi partecipano nobili e plebei, uomini e donne, che, tra le varie cose, celebrano in questo giorno anche il genere umano o meglio l'uomo, il primo uomo, che secondo la tradizione biblica era stato creato nel sesto giorno, data che coincideva e ricorreva con il sesto giorno del nuovo anno.
Nel tardo '500 si comincia a parlare di Befane, come figure femminili che vanno in giro di notte a far paura ai bambini, ma sono sempre più di una. Alla fine del '600 ne restano ancora due, una buona e una cattiva, la stessa Accademia della Crusca ne fa menzione (1688). È curioso come questo dualismo resti ancor oggi radicato nell'idea che la Befana porta regali ai bambini buoni, ma cenere e carbone a quelli cattivi.

Come è l'aspetto fisico della Befana nell'immaginario collettivo?
È una strega, e come tale è brutta, vecchia, deforme, magra magra, direi quasi stecchita, ripugnante e ridicola al tempo stesso. I capelli, bianchi, arruffati e stopposi incoronano un viso coperto da fuliggine, visto che entra in casa dalla cappa del camino. Gli occhi sono rossi come la brace, il naso è grosso e adunco, un po' come quello del nostro Dante; la bocca è grandissima e sdentata. Indossa abiti poveri, da contadina, prediligendo quasi sempre il colore nero: una rozza sottana, un corpetto ricamato, e uno scialletto sulle spalle. Porta un ampio fazzoletto in testa, annodato sotto il mento, ma la si può anche vedere con un cappello, di strana foggia, spesso a punta, come quello di certe fate o di certe streghe. I piedi sono grossi e nodosi, calzati quasi sempre da scarpe grossolane e sempre rotte, come testimonia un canto toscano che dice:

La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
e nessun gliele ricuce,
la Befana è pien di brace...

Essendo vecchissima, l'età non la si conosce, porta gli occhiali, che possono essere di diversi modelli, dipende un po' dalle regioni. Ma la caratteristica sua tipica è il suo modo di spostarsi: vola...su una scopa! che la porta dovunque, attraverso venti e bufere, di tetto in tetto, di casa in casa, portandosi sempre dietro un sacco di iuta, pieno di doni. La Befana se lo butta sulle spalle come se fosse leggerissimo, e per nulla ingombrante; più doni la Vecchia estrae dal sacco, più ne ritrova: le sue scorte sono inesauribili. E con il suo sacco entra in casa... attraverso la cappa del camino. Il camino è la sede del fuoco, il punto più vivo della casa, è il focolare che rappresenta il fulcro della domesticità, e in alcune credenze popolari, soprattutto nel meridione, è visto anche come l'apertura al trascendente. Si crederebbe che le anime dei morti, di notte, ritornino in casa attraverso l'apertura del camino. In ogni caso i bambini appendono le calze bene in vista sotto la cappa del camino, così che come la Befana scivola in casa può subito riempire quelle calze con i doni.


Originariamente, la Befana, portava doni che erano certamente modesti: arance, mandarini, fichi secchi, castagne, mele, uva secca, dolciumi fatti in casa. Col tempo e a seconda delle disponibilità finanziarie delle famiglie, i doni divennero sempre più consistenti, come giocattoli, vestiario e denaro. Nel '700 e nell'800 in molte città, come Venezia, Verona, Padova, Firenze, nascono poi vere e proprie fiere della Befana e in particolare a Roma, la cui fiera diviene famosissima e lo è tuttora. Ma la Befana non porta solo doni, porta anche...carbone! Il carbone, infatti, con il suo colore nero, simboleggia un po' il peccato, e più carbone il bambino trova nella sua calza e più significa che è stato cattivo durante l'anno!

Dopo i grandi splendori dei secoli passati, la Befana subisce un declino sempre più evidente a partire dal '900, dovuto in parte al "progresso", alla trasformazione della società da agricola in industriale, all'arrivo di Babbo Natale dall'America ... Un rilancio lo si trova negli anni Venti, grazie a Benito Mussolini, che vede in questa festa un fenomeno folcloristico tipicamente italiano, da contrappore a tutti gli altri miti natalizi provenienti dall'Inghilterra e dall'America. Si parla di "Befana fascista", ma non è più la Vecchia, che ben conosciamo, è piuttosto un'istituzione, un'opera di assistenza sociale rivolta alla "gioventù italiana". Con la fine del fascismo, senza più protezione di duci, regine e principesse, la Befana cade in un nuovo oblio. Nel 1977, in un clima di austerità, e nel tentativo di limitare i cosiddetti "ponti festivi", il governo Andreotti emanerà una legge che elimina l'Epifania dal calendario civile e religioso. Ci vorranno ben 9 anni di protesta, di dibattiti, di discussioni, per far ritornare la Vecchia a nuova gloria: con decreto del dicembre 1985 il Consiglio dei Ministri reintroduce la festa dell'Epifania e la Befana può così ritornare a volare trionfante sulla sua scopa nei cieli d'Italia!
Adeguandosi ai tempi moderni e consumistici, la Befana sta facendo follie in alcune località della penisola; a Recoaro Terme, per esempio, all'imbrunire della vigilia dell'Epifania si intravvedono le prime luci di una fiaccolata: è la discesa del Befanone...sugli sci, accompagnato da una lunga fila di sciatori e la festa termina la sera in piazza con un gran falò. sul quale si brucia la stria (strega). A Venezia, sul Canal Grande, il giorno dell'Epifania si svolge la burlesca regata delle Befane, dove i rematori, camuffati da Befane usano le scope al posto dei remi...A Rapallo, il Circolo Subacqueo organizza una Befana molto speciale, vestita con gli abiti tradizionali, ma emergente dal mare..., carica di doni e grondante d'acqua e attesa a riva da tanti bambini impazienti.

Insomma, la Befana rivive più arzilla che mai, nonostante o forse grazie al consumismo del ventunesimo secolo e a scuola i bambini italiani dovranno ancora imparare a memoria, come la sottoscritta anni fa, la poesia dei Giovanni Pascoli, che dice:

Viene viene la Befana,
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca la circonda
neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana
.

Tratto da un articolo di : Marisa Jansen-Miglioli



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