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4 luglio 2013

Nativi americani nelle file della Waffen SS

Pellerossa volontari nelleSS naziste 

Scritto da Gabriele ZAFFIRI              

 


 Bandiera ufficiale delGerman-American Bund


Storia poco conosciuta eportata alla ribalta del pubblico, a seguito di documenti top-secretdeclassificati, relativi a volontari pellerossa che combatterono nelle ultimefasi della 2^ guerra mondiale tra le file delle Waffen SS o SS combattenti.

 

Secondo documenti top secret,declassificati agli inizi del XXI secolo, sembrerebbe che nativi indianid’America, chiamati comunemente pellerossa, avrebbero fatto parte di uncostituendo reparto delle Waffen SS o SS combattenti. Da documenti finalmenteresi pubblici, sembra che le SS avrebbero costituito sul finire della secondaguerra mondiale un reparto da esplorazione, denominato ufficialmente come“Aufklarung Reiter Kompanie “Chief Sitting Bull”. Ma come si era giunti a tanto?

 

Ebbene, nativi indianid’America che erano stati forzatamente arruolati come coscritti nell’Esercitoamericano dell’ US Army, furono catturati dalla Wehrmacht durante le battagliedi Kasserine in Africa settentrionale, a Monte Cassino in Italia e in Normandia.Questi pellerossa gradirono molto entrare a far parte delle Waffen SS con lasperanza che il Terzo Reich uscisse vincitore prima in Europa e poi andassealla conquista dell’America per distruggere il governo della banda di Rooseveltche consideravano plutocratico, con il fine ultimo di poter edificare una nuovanazione autonoma di indiani d’America.

 

Il loro leader era il capoCherokee Standing Bull, il cui avo era Toro Seduto. Standig Bull cercò invanodi avere un incontro con il Fuhrer per essere nominato il gauleiter ogovernatore di un indipendente Cherokee-land ma invano, perché  il fuhrer si trovava all’epoca in Prussia. ChiefStanding Bull ebbe però il gradito onore di avere un incontro con ilReichsfuhrer delle SS Himmler. Dopo tale colloquio, venne costituito un repartodi cavalleria da esplorazione di “braves” o “guerrieri pellerossa” e ChiefStanding Bull fu nominato Braves-Sturmbannfuhrer o “maggiore dei pellerossa” daHimmler in persona.

 

Viene riferito che tale unitàdi guerrieri pellerossa incorporati nelle SS furono impiegati durantel’offensiva delle Ardenne ed essi andavano alla ricerca soprattutto di scalpidegli americani fatti prigionieri. Sembra che alcuni prigionieri statunitensifurono salvati addirittura da uomini della Gestapo.

Poi furono impiegati nellabattaglia di Berlino contro i sovietici.

Solo 30 pellerossasopravvivranno a tale battaglia, incluso Chief Standing Bull che fu anche untestimone delle nozze tra Eva Braun e Hitler in quegli ultimi caotici giornidel Terzo Reich.

 

Sapendo che i sovieticiavevano catturato i pellerossa, il presidente USA Truman li richiese a Stalinche fu ben contento di sbarazzarsene.

Così i 30 pellerossarimpatriarono negli USA e nel 1947 furono giudicati da una corte marziale militareper tradimento. Solo nel 1995 saranno perdonati dal presidente Clinton.




permalink | inviato da C.O.C. il 4/7/2013 alle 17:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



20 novembre 2010

J.A.P. ad perpetuam rei memoriam


 

Jose' Antonio Primo de Rivera

Josè Antonio Primo de Rivera, marchese di Estella e Grande di Spagna, nacque a Madrid il 21 aprile 1906, primogenito del generale Miguel Primo de Rivera,marchese di Estella, che aveva esercitato la dittatura in Spagna dal 1923 al 1930, anno in cui morì in esilio a Parigi il 28 gennaio. Avvocato dal 1925, Primo si dedicò alla politica alla morte del padre, di cui voleva onorare la memoria e continuare l’azione. Fino ad allora Primo era stato un giovane intellettuale di tendenze conservatrici o reazionarie, molto a suo agio tra i suoi libri invece che in mezzo alle folle agitate. Non aveva rinunciato allo stile dei giovani del suo ambiente, i Senoritos che trascorrevano il loro tempo in impegni mondani e in cui egli si riconosceva, investendoli di compiti eroici. In un pubblico discorso affermò che erano i senoritos, che portavano uno spirito di lotta per un fine che non interessa loro in quanto senoritos ( soldato politico); lottavano perché a molti della loro classe sociale fossero imposti sacrifici duri e giusti, e perché uno Stato totalitario provveda tanto ai potenti quanto agli umili. Furono fondati altri gruppi fascisti e nazionalsocialisti e nel clima di fermento politico che comparvero giornali, libri, periodici, manifesti, che insistevano perché ai mali della Spagna si desse una soluzione fascista. Un gruppo di giovani scalmanati si raccolse attorno a Josè Antonio, che divenne leader dei giovani fascisti. Alto, bello, trentenne, animato da smania di piacere, anche i suoi nemici marxisti riconoscevano il suo fascino. I suoi discorsi ed i suoi scritti danno l’impressione di uno studente brillante che ha letto, ma non sempre digerito, un’enorme mole di manuali di teoria politica. Inizialmente monarchico e cattolico.’’El Fascio’’ospitò un suo articolo nel suo unico numero del 1933: ‘’La Patria è una totalità storica…superiore a ciascuno di noi e a ciascuno dei nostri gruppi. A questa unità devono inchinarsi classi e individui. E la costruzione dello Stato si dovrà fondare su questi due principi’’.Nel 1934 scrisse:’’Il fascismo è un‘inquietudine europea. E’ una maniera nuova di concepire tutto - la storia , lo Stato, l’accesso del proletariato alla vita pubblica; una maniera nuova di concepire i fenomeni della nostra epoca e di interpretarli. Il fascismo ha già trionfato in vari paesi, e in alcuni, come in Germania, con i mezzi democratici più irreprensibili’’. Josè Antonio si batteva contro coloro che criticavano suo padre, cercando di riabilitarlo. Era un giovane che si sforzava sinceramente di trovare una via nazionale per porre fine alle incoerenze del liberalismo. La sua poesia preferita era ‘’If ‘’di Kipling usava leggerne dei passi ai suoi seguaci prima delle sfilate domenicali o prima degli scontri per le strade. Nel 1933 fondò la Falange prendendo il nome della formazione dell’esercito macedone che nel IVsecolo a. C. aveva distrutto la democrazia in Grecia. I caratteri originali della personalità politica di Josè Antonio erano il senso di appartenenza a un’elite sociale, la convinzione del dovere di sacrificarsi per la grandezza della patria e il benessere del popolo. I senoritos erano diversi da lui e pochi lo seguirono. Josè Antonio provava forte avversione per l’ambiente monarchico – militare nel quale essi erano formati: un ambiente cui Josè Antonio imputava il tradimento di suo padre Miguel, licenziato da re Alfonso XIII, spinto all’esilio volontario, morto nell’amarezza dell’abbandono. La figura paterna, il desiderio di riscattar la e rivalutarne l’opera influirono assai sulla scelta di Josè Antonio di entrare in politica e sulla sua adesione al modello fascista. Il vecchio generale era ammiratore di Mussolini, al cui regime si era ispirato ricalcandone maldestramente istituzioni – milizia e partito – e sistema corporativo. Josè Antonio condivise del fascismo la spinta ipernazionalista e il superamento della lotta di classe, comprese la necessità di ripercorrerne la strada attraverso la creazione di un partito che nascesse contro il potere politico esistente, anziché esserne il prodotto: come era stato il caso dell’esangue e burocratica Unìon Patriotica, creata da suo padre. Fallì l’obiettivo alle elezioni politiche del 1931, si applicò allo studio dei movimenti fascisti ( collaborò al foglio di Manuel Delgado, ’’El Fascio’’), che giudicò inadatti al suo paese. Si interessò ai gruppuscoli sorti in Spagna a partire dal 1930. L’avvento al potere di Hitler in Germania, incoraggiò in Spagna una definizione fascista di personalità e gruppi che già si muovevano nell’estrema destra, verso cui si orientò Josè Antonio, fondando con alcuni di essi, il 29 ottobre 1933, il partito – ‘’movimento’’, come preferivano chiamarlo, perché partito evocava la democrazia -della Falange Espanola, formazione dalla vocazione nazionalrivoluzionaria, che ripudiava la tradizione monarchica e il liberalismo, rivendicando l’instaurazione di uno stato autoritario capace di realizzare la giustizia sociale e di mettere fine agli abusi del capitalismo mediante gli interventi pubblici in economia. Dotato di un superiore livello culturale e di un notevole fascino personale fascino personale, Josè Antonio ( chiamato così, senza cognome, dai suoi fervidi sostenitori) andò presto ad occupare, il 4 ottobre, la carica di Jefe Nacional del partito, ma non ebbe vita facile né al di fuori né all’interno di esso. Eletto deputato nel blocco delle destre che vinse le elezioni politiche del novembre 1933, mantenne nelle Cortes una posizione isolata, denunciando la miopia dei gruppi più conservatori e reazionari che, animati da spirito di rivincita, si dedicarono a demolire l’opera riformatrice realizzata nel biennio precedente da repubblicani e socialisti. Di fronte al sabotaggio della riforma agraria, Josè denunciò il rischio di rivoluzione cui una tale politica di chiusura ai bisogni popolari esponeva il paese. Atteggiamenti ‘’nazionalsocialisti’’gli alienarono i favori delle classi medio-alte, chefecero confluire i loro voti e finanziamenti sul partito cattolico della CEDA ( Confederacion Espanola de Derechas Autònomas) di Josè Maria Gil Robles, o sulla monarchica Renovacìon Espanola di Josè Calvo Sotelo. Le autorità dell’Italia fascista pur guardando con simpatia al movimento di Primo de Rivera, dato che Josè Antonio era stato ricevuto da Mussolini a pochi giorni dalla fondazione della Falange, nutrirono scarsa fiducia nelle sue possibilità di successo e lo sostennero economicamente in una forma limitata e discontinua. Le difficoltà di crescita della Falange provocarono dissensi nel movimento, facendo sì che la stessa leadership di Josè Antonio fosse messa in discussione. La schiacciante superiorità numerica degli altri partiti di destra spingeva la Falange a caratterizzarsi in senso squadristico,’’ a dedicarsi – Josè annunciò nel discorso di fondazione del partito – alla dialettica dei pugni e delle pistole’’ secondo il cammino percorso dal fascismo italiano, cui essa dichiaratamente si ispirava. Josè Antonio era esperto dello scontro fisico e dell’uso della pistola, era meno versato di altri suoi camerati nel praticare la violenza e nel pensarne le strategie: nei diversi episodi di guerriglia urbana – scontri di piazza e attentati terroristici – che nel 1934 l’estrema destra aveva con l’estrema sinistra, la Falange subì più colpi di quanti ne inflisse. Dopo la fallita insurrezione socialista dell’ottobre 1934 e la sterzata a destra del governo della repubblica, Josè Antonio accentuò il carattere sociale del programma della Falange, indicando tra i 27 punti del suo programma – che rese pubblico nel novembre 1934, obiettivi come l’eliminazione del sistema capitalistico ( considerato antitetico a quello corporativo), la nazionalizzazione delle banche, la soppressione dei latifondi, redistribuzione delle terre. Insofferente dell’immobilismo dei conservatorie convinto che essi rappresentassero un ostacolo alle sue posizioni-ambizioni, Josè Antonio prese a progettare diverse iniziative insurrezionali, il cui braccioarmato avrebbe dovuto essere l’esercito: per cui contattò il generale Francisco Franco, che prudentemente ne rimase estraneo. Essendo prevalenti nelle forze armate le istanze conservatrici e reazionarie, le suggestioni socialisteggianti di Josè Antonio incontrarono scarso seguito e le sue mene insurrezionali non giunsero a concretarsi. La sua politica ebbe scarsissima presa nella società spagnola. Nella sua lettera a Franco prima della rivolta delle Asturie, il 24 settembre 1934, era disposto ad appoggiare un colpo di Stato militare per restaurare il ‘’perduto destino storico del paese’’. Franco non rispose e l’episodio fu rivelato nell’ottobre 1938 da ‘’Y’’, la rivista della sezione femminile della Falange. Josè ebbe un eclettismo di idee politiche , visibile nel suo progetto – schema di governo del 1935, in cui erano inclusi elementi non falangisti: il ministro degli esteri Barròn, della giustizia , Serrano Suner, della difesa Franco, delle finanze,Vintales, sottosegretario: Larraz, alla pubblica istruzione,Aunos ,all’economia Carceller; interni, Mola, direttore generale polizia, Vàzquez; lavori pubblici , Lorenzo Pardo; alle corporazioni, Mateo; sottosegretario Garceràn; alle comunicazioniRuiz de Alda; sottosegretario , Moreno ( Josè), Marocco e colonie, generale Goded, alla sanità, Nogueras, anche il colonnello Rada, che aveva addestrato le reclute carliste in Navarra, era strettamente in contatto con la Falange. Combattè la milizia falangista, ed il 7 ottobre 1934 a Madrid lo sciopero generale, circolò per la città conintenzioni bellicose a bordo della medesima auto su cui viaggiavano Josè Antonio, Ledesma Ramos, Ruiz de Alda,( intimo amico di Josè Antonio, perché anche lui era di Estella [Navarra] ) ed aveva suggerito a Josè il nome ‘’Falange’’. Nel 1934-’35 Josè Antonio ebbe rapporti con il colonnello Barba, della Union Militar. Da poche unità di migliaia dalla sua fondazione la Falange giunse a 25.000 aderenti. L’imperativo categorico della Falange era accrescere il disordine in Spagna per giustificare l’avvento di un regime che ristabilisse l’ordine, Josè perse il suo seggio alle Cortes, nel febbraio 1936 scorazzava su automobili armate di mitragliatrici, i senoritos per il caos, incendiando Chiese e attribuendo la colpa agli anarchici, attentando al giurista socialista Jimènez de Asùa, autore della Costituzione della Repubblica. I socialisti parlavano della Falange come ‘’FAI (anarchici) – lange’’. Franco incontrò Josè Antonio a casa di suo cognato Serrano Suner , detto il cugnadissimo, proponendo al colonnello Yague, brillante falangista dalla testa leonina che ora comandava la Legione Straniera, fungesse da anello di collegamento tra la Falange ed i generali. Il governo del primo ministro ammiraglio Manuel Azana manteneva l’ordine il 27 febbraio 1936 chiuse la sede della Falange a Madri. Il 15 marzo 1936 un falangista collocò una bomba a casa di Largo Caballero e Josè fu arrestato per detenzione abusiva di armi, prima però fu avvisato da Azana di lasciare il paese, ma non lo fece per la madre malata,( cosa falsa perché ella era morta anni prima). Si riferiva alla madre Spagna. Eduardo Aunos, suo seguace, gli propose di fuggire all’estero in aereo, ma lui non volle perché Falange non era un partito di cospiratori i cui capi se ne stavano all’estero. ‘’Spagna! Una, grande, libera)’’. Quando fu ucciso un ufficiale che era tenente della Guardia Civilda Asaltos per aver estratto un revolver puntandolo su Azana, durante il suo corteo funebre fino al cimitero est il carro funebre fu accompagnato da falangisti madrileni che gridavano in coro scontrandosi con i socialisti giubilanti che cantavano l’Internazionale, salutando col pugno chiuso ed esplodendo colpi di arma da fuoco contro il corteo. Al Cimitero ci fu una battaglia fra falangisti e gli asaltos socialisti; morirono il cugino germano di Josè, Andrei Saenz marchese de Heredia, ucciso da un tenente degli asaltos, Josè Castello. Molti membri del Movimento giovanile della CEDA, già guidati da Gil Robles, confluirono nell’estremismo della Falange, benché fosse stata messa al bando dopo i disordini per i funerali del tenente della Guardia Civil. Passarono il capo della Gioventù della CEDA , il generale Ramòn Serrano Suner, anello di collegamento tra la Falange ed i generali. Serrano era stato compagnoni studi universitari di Josè Antonio a Madrid, agli inizi degli anni ’20, molto amici anche ideologicamente. La Falange aveva i capi in carcere, metteva in guardia il partito dall’unirsi ai cospiratori militari perchè ‘’Noi non saremo né l’avanguardia né le truppe d’urto né i preziosi alleati di un qualche confuso movimento reazionario’’. Nel luglio 1936 i falangisti divennero 75.000,lavoratori di Siviglia, giovani della borghesia, studenti universitari, si scontravano nelle piazze con i nemici, in battaglie e assassinii per le strade. Josè scrisse al generale Sanjurjo, ex amico di suo padre, che doveva divenire capo di governo provvisorio di restaurazione monarchica, una lettera di apertura ai soldati, esortandoli dal carcere di porre fine agli attacchi cui era stata fatta segno la ‘’sacra persona della Spagna‘’. ‘’All’ultimo momento, ha detto Spengler, è sempre stato un plotone di soldati quello che ha salvato la civiltà’’. Passati i tempi in cui Josè diceva che tutti i soldati erano inutili, pusillanimi, e che il più codardo di tutti era Franco. La Falange non era legata ai cospiratori e Josè condivise i sentimenti che animavano un discorso del socialista Prieto. Il 1° giugno Josè scrisse dal carcere di Alicante una lettera al generale Mola, promettendo appoggio alla cospirazione militare, promettendo 4.000 falangisti in aiuto alla sedizione. Al grido di ‘’Cafe!’’ ovvero ‘’ìCamaradas!, Arriba Falange espanola !’’ verificarono amaramente alle elezioni del febbraio 1936 quando vinse il Frente Popular: la Falange che si era presentata al di fuori di ogni alleanza per non appiattirsi su una collocazione di destra o di sinistra – subì una durissima sconfitta, raccogliendo un numero di voti inferiore a quello dei suoi militanti. Si trattò di un insuccesso messo in conto, poiché la legge spagnola favoriva le coalizioni, ma il risultato era troppo deludente perchè la legge Josè Antonio non ne traesse l’indicazione che il suo nazionalismo sociale trovava in Spagna pochi consensi. Al ritorno al potere della sinistra, egli rispose rabbiosamente, non limitandosi solo ad orientare la Falange verso una guerra aperta con i gruppi armati socialisti e comunisti, ma incoraggiando attentati alla vita di rappresentanti politici del Frente Popular e delle istituzioni statali. Josè Antonio contribuì a creare il clima di illegalismo, disordine ed insicurezza che avrebbe favorito il golpe militare e la successiva guerra civile. Arrestato ed incriminato per diversi reati, si convinse che la salvezza sua propria e del paese erano nelle mani delle forze armate: dal carcere, diffuse una ‘’Lettera ai militari di Spagna’’ in cui proclamava essere ‘’suonata l’ora in cui le vostre armi debbono entrare in gioco per mettere in salvo i valori fondamentali’’ Cercò di proporsi ai generali cospiratori come punto di riferimento politico; infatti, Josè Antonio accettò di metter a loro disposizione – di fatto, senza condizioni – le milizie falangiste. Il fallimento del golpe militare, il fatto che la Spagna restasse divisa in due parti e che egli fosse detenuto ad Alicante, rimasta sotto il controllo dei repubblicani, segnarono la sua sorte. Processato da un tribunale popolare per ’’ribellione militare’’, Josè Antonio fu condannato a morte e giustiziato nel novembre 1936. Divenne, così, un’icona politica nella Spagna nazionalista; il generale Franco che non aveva per lui alcuna simpatia, essendo il tipico militare quadrato, ottuso, conservatore, clerico-‘’fascista’’ e reazionario, e verso Josè Antonio non si era impegnato per ottenerne la salvezza, per opportunismo politico ne fece il protomartire della sua causa: si impadronì della figura di Josè Antonio, del suo frasario, della sua Falange per meglio adattarsi a quel modello fascista che i successi dei suoi propri protettori, Mussolini e Hitler, facevano apparire vincente. Così, strumentalmente al Caudillo ed a uso della sua alleanza nazionale monarchica, a Josè Antonio toccò in morte una grandezza distorta che sia pur non avendo raggiunto in vita si era mostrata pura e coerente ai veri camerati.

 Antonio Rossiello 




permalink | inviato da C.O.C. il 20/11/2010 alle 8:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



1 agosto 2010

a proposito di stragi

GLI SCHELETRI DELLA MEMORIA. TORINO ROSSO SANGUE: I MASSACRI PARTIGIANI

 

Esce a giorni il nuovo libro di Pansa che continua la ricerca storica sui misfatti dei partigiani «rossi». Chi vuole che l’armadio degli orrori resti chiuso?
Scheletri della memoria
L’accusa colpisce i «gendarmi» che celano le colpe morali di tanti diventando anche «negazionisti» di fronte all’evidenza di fatti e numeri. Per esempio l’Anpi

Ci sono il Parolaio, il Pelatone, il Cosacco, i Senzarimorso e il «professor Basta», l'«Uomo di Cuneo» detto pure «Il Grande Reduce», l'Anonimo Ignorante e la Pasionaria, il Signor Direttore e l'Esorcista... Tutti allineati in un teatrino di marionette tristi che purtroppo ci rappresenta; titolo dello spettacolo: I gendarmi della memoria, come il nuovo libro che Giampaolo Pansa dedica a «Chi impri giona la verità sulla guerra civile» e che esce martedì prossimo per Sperling & Kupfer (pp. 504, euro 19; sotto anticipiamo alcuni brani del capitolo sugl'eccidi partigiani in Piemonte).
Stavolta il giornalista non s'accontenta - come era successo per le precedenti "puntate" di questa ormai annuale inchiesta sui guasti della Resistenza, da Il sangue dei vinti a Sopravvissuto 1945, a La grande bugia - di mettere la sua firma di peso sopra una meritoria opera divulgativa delle tante storie di vittime del post-fascismo, testimonianze finora rimaste negli archivi delle memorie familiari o nelle puntigliose ma snobbate opere di un'editoria minore. Stavolta Pansa risale, con amarezza civile, a nominare esplicitamente il male culturale ed ideologico che ancora oggi impedisce a tanti di guardare con dolorosa ma serena obiettività quelle vicende di 60 anni or sono, e dunque di fondare su tale necessario riconoscimento la pacificazione nazionale.
Sono proprio i «gendarmi della memo ria», schierati di traverso sulle strade della verità storica, a impedire un'alternativa matura tra il bivio manicheo della rimozione del passato o della sua mitizzazione. Per Pansa ne fanno parte le sinistre «regressiste», quelle che «sono rimaste bambine e amano le favole dove i ruoli non cambiano mai»; l'Associazione nazionale partigiani (Anpi) con la sua «acidità estremista»; i giornalisti e gli storici che a furia di voler essere anti-revisionisti diventano «negazionisti», ovvero negano come il dopoguerra abbia avuto un fiume di vittime innocenti, per opera dei partigiani comunisti e per cause che spesso non avevano niente da spartire col fascismo...
«Squadristi di sinistra», li definisce pure lo scrittore piemontese, che li ha incontrati suo malgrado girando le città a presentare le precedenti opere: cominciando da Reggio Emilia, dove si sono presentati con un vergognoso lenzuolo scarlatto «Triangolo rosso? Nessun rimorso», e passando per le tante altre località in cui lo scrittore ha dovuto essere scortato dalla polizia per poter parlare, fino alla decisione di interrompere la tournée non per paura quanto per rispetto di quel servizio di protezione involontariamente sottratto a ben altre emergenze d'ordine pubblico.
«C'è una perversione totalitaria dietro questo modo di agire», conclude giustamente Pansa. E rievoca infine l'esempio di «Giacca», il comandante garibaldino responsabile dell'eccidio friulano di Porzus (partigiani "rossi" che uccisero colleghi "bianchi"), per il quale chi non era comunista doveva per forza essere un fascista. «Nell'Italia del 2007 c'è ancora qualcuno che la pensa come lui? - si chiede il saggista - Mi piacerebbe rispondere di no. Invece sono incline a dire di sì». Come affondano lontano, le radici dei nostri mali.

TORINO ROSSO SANGUE

Casalinghe, imp iegate, maestre, operaie, ostetriche: ecco l'impressionante lista delle vittime femminili
Qualcuno si chiede se le cifre siano veritiere, ma è quasi certo che peccano in difetto. Sono almeno 776 le donne uccise in Piemonte. Non erano tutte ausiliarie fasciste, molte, di ceto sociale modesto, vennero attirate con l’inganno, seviziate, eliminate e sepolte in gran segreto

Di Giampaolo Pansa
Settecentosettantasei donne uccise dai partigiani in Piemonte, lungo tutta la guerra civile e nelle mattanze dopo la Liberazione. Il conto emerge da un minuzioso lavoro d'indagine condotto da un gruppo di ricercatori torinesi che, da anni, si occupano di inchieste sul versante fascista della nostra guerra interna. Il gruppo è quello che fa capo a Michele Tosca. Suddivisa per le sei province piemontesi, più la regione autonoma della Valle d'Aosta, la cifra di 776 si ripartisce del modo seguente. Torino e provincia: 292 donne uccise. Cuneo e provincia: 164. Vercelli e provincia: 138. Nov ara e provincia: 108. Alessandria e provincia: 27. Asti e provincia: 24. Valle d'Aosta: 23.
Sono attendibili questi dati? La mia opinione è che lo siano. Com'è quasi inevitabile in ricerche così difficili, possono esserci cifre errate sia per eccesso che per difetto. La mia impressione è che, semmai, esistano errori per difetto. È quasi certo che le donne uccise dai partigiani in Piemonte siano state di più e non di meno delle vittime censite in quell'inchiesta. L'esperienza mi ha insegnato che, a proposito della guerra civile italiana, tutti sappiamo ancora poco rispetto a quanto è davvero avvenuto tra il 1943 e il 1945. E molto poco di quanto accaduto nei tre mesi successivi, durante la resa dei conti sui fascisti sconfitti.
Prenderò in esame Torino e la sua provincia, ossia l'area che vede il più alto numero di donne uccise dai partigiani nella regione. Come ho detto, risultano 292. Di queste, 135 vennero soppresse nel dopoguerra, ossia a partire dal 25 aprile 1945: 99 giustiziate nella città di Torino e 36 nei comuni della provincia.
Perché vennero ammazzate? Per le ausiliarie non possono esserci dubbi. Vestivano la divisa dell'esercito della Rsi e, in parecchi casi, della X Mas, della Gnr e della Brigata Nera. Anche se non portavano armi, i partigiani le consideravano militari nemici a tutti gli effetti. E come tali venivano trattate. Una volta catturate, durante la guerra civile o nel dopoguerra, la loro sorte era spesso una sola: la morte.
Per le altre donne uccise il quadro si fa più complesso. Gli elenchi del gruppo Tosca presentano una grande varietà di storie. Quasi sempre si trattava di persone di modesta condizione sociale: casalinghe, impiegate, maestre elementari, ostetriche comunali, operaie, domestiche. Di tutte le età: dalle settantenni alle giovanissime, persino di 16 o 17 anni.
Di solito, la loro unica colpa era di essere fasciste, o di sembrare che lo fossero. Oppure erano madri, sorelle, mogli, figlie, fidanzate di piccoli esponenti del Pfr o di militari della Rsi. In altri casi erano ritenute ostili al movimento partigiano. Un'altra circostanza che poteva costare la vita era di avere relazioni amorose con militari fascisti o tedeschi.
Ma l'accusa di gran lunga più frequente era di essere spie per conto dei fascisti o dei tedeschi e ai danni della Resistenza. Colpisce la presenza quasi ossessiva di questa imputazione. Lo spionaggio era un'attività sempre molto difficile da provare. Tuttavia, nelle guerre interne, chi si sente minacciato dagli informatori del fronte avversario non va mai per il sottile. Basta un semplice sospetto, anche generico e fondato soltanto su voci o lettere anonime, per decidere un'esecuzione. L'ossessione delle spiate era tale che in qualche caso vennero giustiziati anche informatori della Resistenza, infiltrati nelle file fasciste. A ucciderli furono partigiani che lo ignoravano.
Non poche delle donne fasciste catturate, prima d'essere soppresse, subirono violenze sessuali. O furono vittime di torture.
Anche l'essere donne anziane non bastava a evitare la morte. In provincia di Torino, Maria Gabella aveva 66 anni e venne fucilata nel 1944 a Vische, in località Castellazzo. Aveva la stessa età anche Laura Rava in Roscio, nata a Ivrea e vedova di un notaio. Era stata insegnante e ormai si trovava in pensione. I partigiani la rapirono e il 24 settembre 1944 la eliminarono a Noasca, in val Locana, dopo averla seviziata. Il corpo fu poi gettato nudo in un canale.
Aveva 73 anni e mezzo Camilla Durando Chiappirone, nata a Mondovì l'11 maggio 1871. Mentre si trovava sfollata a Scalenghe, il 13 dicembre 1944 venne prelevata dai partigiani e uccisa. Era iscritta al Pfr e soltanto per questo l'accusarono di fare la spia. A Pont Canavese il 24 luglio 1944 furono assassinate madre e figlia: Candida Crosasso, 57 anni, e Olga Crosasso, 27 anni, abitanti a Ingria, in val Soana. Arrestate dai partigiani, le due donne non avevano voluto r ivelare dove stava nascosto il nipote e cugino Arduino Crosasso, un ufficiale fascista, forse della Gnr. I partigiani le fucilarono alle cinque e mezzo del mattino, all'ingresso del cimitero di Pont. E sotto gli occhi dei parroci di Ingria e di Ronco che le avevano assistite prima dell'esecuzione.
Una strage fu quella della famiglia Sito, di Pinerolo. Uno dei fratelli Sito, Francesco, classe 1923, era iscritto al Pfr della città e milite della Brigata Nera. Lui verrà soppresso il 29 aprile 1945, a San Germano Chisone. Ma ben prima, il 18 dicembre 1944, furono uccise le sue tre sorelle: Elisabetta, Giovana e Teresa. Le tre ragazze vennero fucilate nel cimitero di Rivasecca di Buriasco, una frazione vicina a Pinerolo, dopo essere state stuprate. Con loro fu eliminata Rosa Chiale, della Rosita. In tutto, morirono quattro tra fratelli e sorelle, più la Rosita Chiale.
Il 17 aprile 1945, a Verrua Savoia i partigiani rapirono una donna di 64 anni, Maria Scagliotti vedova Porta e la uc cisero subito. La stessa sera, fu soppressa sua figlia, Matilde Porta in Pernice, sequestrata a Moncestino. Erano anche loro sospettate di aver fatto la spia? No, però Matilde aveva sposato un tenente della Brigata Nera.
Si poteva essere uccise soltanto perché un figlio stava con la Repubblica Sociale. Maria Deffar in Delfino, 55 anni, nata a Fiume, era la madre di un marinaio della X Mas. Anche avere un figliastro brigatista poteva bastare per una condanna a morte. Fu il caso di Giuseppina De Mar, uccisa a Pomaretto, in val Chisone, il 28 aprile 1945 con il marito Leonzio Scattolin, di 57 anni. Giuseppina era la seconda moglie di Leonzio che aveva un figlio di primo letto arruolato nella Brigata Nera. A ucciderli furono i partigiani di una Brigata di Giustizia e Libertà.
Una fine oscura fu quella di Matilde Abrile in Alciati. Aveva 46 anni e, poi era la moglie di un milite della Gnr, veniva ritenuta una «fervente fascista». Il marito era stato nella Milizia Confinaria. Fu ucc isa il 19 giugno 1945, a Torino, quando la guerra civile era terminata da quasi due mesi. Secondo una fonte, la donna fu gettata dalla finestra di casa. Ancora a Luserna San Giovanni, in val Pellice, il 3 settembre 1944, fu assassinata in casa come spia una ragazza di 17 anni, Domenica Careglio. Più di tre mesi dopo, il giorno di Natale del 1944, i partigiani uccisero pure il padre e la madre di Domenica: Tommaso Careglio, 41 anni, e Anna Olivero, 44 anni. Anche loro vennero soppressi in casa. E anche loro perché ritenuti spie dei fascisti.
Persino vendere il pane a qualche reparto fascista poteva condurre alla tomba. Successe così a madre e figlio, uccisi il 15 agosto 1944 a Caselette, un comune vicino a Torino. Lei si chiamava Giuseppina Bessone in Pasinetti e il figlio Bruno Pasinetti, entrambi fornai.
Un altro mestiere pericoloso era quello della maestra elementare. Nella guerra civile, ne furono uccise molte, in tutte le regioni. Erano sospettate di essere fasciste scalda te, anche quando non lo erano. Il censimento guidato da Tosca e il Martirologio dei caduti e dispersi della Rsi a Torino ne registrano più di una.
Il 26 giugno 1944 venne sequestrata Maria Giordana Sibille, di ruolo nella scuola di Chiomonte, vicino a Susa. I partigiani la fecero sparire e di lei non si seppe più nulla. Il 16 settembre toccò a Mirella Armida Iacovini, maestra a Drubiaglio, una delle frazioni di Avigliana. Anche lei scomparve, forse soppressa subito dopo la cattura.




30 dicembre 2009

Saddam Hussein 30/12/2006

wa alaikum salam wa rahamtuallah wa barakathu

 

 

Inna lillahi wa inna ilaihi raji'un, Allahumma ajernì fi musibati wa akhlif li khairan minha


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23 maggio 2009

85 ANNI E NON SENTIRE IL PESO DELL'ETA'

Succede che un libro messo al bando in quasi tutti i paesi assogettati al sionismo, - primi fra tutti l'Olanda ed il Belgio, che vorrei ricordare a tutti: paesi fautori del peggior colonialismo e dell'apartheid, fino ad un decennio fa, oltre ad essere i paesi che si fanno garanti per i diritti dei pedofili e di tutte le aberrazioni del genere umano. Servi e portavoce, nonchè portaborse, delle multinazionali. - diventi un best seller nella parte del mondo che e' stata piu' soggetta, nel secolo scorso, al colonialismo imperialista (INDIA) e/o allo smembramento di un impero (IMPERO OTTOMANO, PERSIA). Segno, forse, che il nazionalsocialismo non faceva paura ai popoli e alle masse ma solo ed esclusivamente alle oligarchie imperanti del secolo XX, alle multinazionali del profitto e dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo o se preferite degli "eletti" sui goym.




Che l’avventura individuale di Adolf Hitler sia stata una “success story” è indubbio. Un successo incredibile, intollerabile, da far ancora sbavare di rabbia i ‘vincenti’ di oggi, nessuno dei quali, tra una villa con foresta annessa e uno yacht extralarge, può vantare l’annessione di interi stati sotto la propria signoria. E infatti, in India, gli studentelli della facoltà di economia, fermamente decisi a non rimanere “dalla parte di quelli di sotto”, non si fanno mancare una copia del Mein Kampf vicino all’organizer, quale capolavoro di management aziendale, tanto che del testo ne sono state vendute, solo negli ultimi sei mesi, diecimila copie. “I laureandi indiani in business lo studiano come un manuale che racconta una ’success story’ nella quale un uomo può avere una visione [una Weltanschauung?], elaborare un piano sul modo di applicarla e poi realizzarla con efficacia”, riferisce, riportando le parole dell’editore di tanta opera, Sohin Lakhani, il Daily Telegraph. Potenza della potenza…







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